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Valda

Un paese arrampicato per quasi mille metri di quota

Il comune di Valda si estende sulle pendici meridionali del Monte Novaline, a 795 metri d’altezza. Sembra che il territorio comunale fosse abitato fin dall’antichità: lo attesterebbe il ritrovamento di una zappa dell’età del ferro conservata al Museo del Buonconsiglio di Trento. Probabilmente durante il Medioevo la zona venne colonizzata da contadini tedeschi. Lo stesso nome del paese si fa risalire al tedesco Wald che significa bosco.

Approfondimento
Durante la terribile epidemia di colera che nel 1855 causò più di 6000 morti in tutto il Trentino, i paesani fecero voto, se fossero stati preservati da tale flagello, di costruire una cappella votiva a S. Rocco nei boschi della Noval (m. 1190). Il colera lasciò indenne Valda e sulla montagna venne eretta una cappella votiva dove il 16 agosto di ogni anno l'intera comunità si reca in devoto pellegrinaggio. Nella primavera del 1897 un furioso incendio devastò gran parte del paese. Il comune mantiene ancora la struttura architettonica tipica degli antichi paesi cembrani con le caratteristiche contrade disposte a "cormél", con le case addossate le une alle altre e attraversate da portici e fontane. Ben 5 sono le fontane con vasca, di cui quella centrale fu costruita nel 1908 in occasione del 60esimo anniversario del regno di Francesco Giuseppe d'Asburgo imperatore dell'impero austroungarico e per questo detta del Giubileo.
In posizione panoramica si erge la chiesa parrocchiale dedicata alla conversione di S. Paolo. La chiesa viene citata per la prima volta nella prima metà del XVI secolo, ma è sicuramente più antica. Venne riedificata nel 1850-58. Un'antica tradizione vuole che la notte dell'Epifania venga appeso sulla colonna della fontana "del Giubileo" il fantoccio di carnevale. Il fantoccio, con la testa di legno, tiene in una mano una chiave e una lanterna per entrare nelle cantine del paese e nell'altra una pignatta da riempire di buon vino. Il martedì grasso si ripete il rito: i giovani del paese prelevano il fantoccio per portarlo in località Croz e bruciarlo. La tradizione sembra voler addossare al pupazzo di carnevale le colpe accumulate dai paesani con gli eccessi delle feste e il rogo rappresenta la purificazione da queste colpe e il ritorno ai ritmi della vita dei campi e del lavoro.